Il Tempo che non passa
E se il problema non fosse avere poco tempo, ma il modo in cui lo abitiamo?
«Non ho tempo.»
Forse è una delle frasi che pronunciamo più spesso.
Non abbiamo tempo per fermarci.
Non abbiamo tempo per ascoltare.
Non abbiamo tempo per leggere, camminare, incontrare qualcuno, prenderci cura di noi stessi.
Eppure continuiamo ad avere, ogni giorno, le stesse ventiquattro ore.
Allora forse vale la pena porci una domanda diversa.
Che cos’è il tempo?
Non quello indicato dalle lancette dell’orologio.
Il Tempo.Con la T maiuscola.
Il tempo dell’orologio
Esiste innanzitutto il tempo che conosciamo meglio.
Quello dei secondi, dei minuti, delle ore.
È il tempo misurabile.
Ci permette di prendere un treno, fissare un appuntamento, organizzare una giornata, sapere quando inizierà una riunione.
È indispensabile alla nostra vita quotidiana.
Ma è anche un tempo particolare: procede sempre nella stessa direzione.
Un secondo passa e non ritorna.
Poi ne arriva un altro.
E un altro ancora.
L’orologio, in fondo, non misura tanto il Tempo quanto il suo trascorrere.
Conta ciò che se ne va.
Ed è forse per questo che, quando viviamo soltanto attraverso questa dimensione, abbiamo spesso la sensazione che il tempo ci sfugga continuamente dalle mani.
Io questa sensazione l’ho conosciuta in un modo molto concreto.
Nel 2015, dopo una malattia che mi accompagnava dal 2011 e che mi aveva già portato ad affrontare due interventi a cuore aperto e a cuore fermo, mi vennero prospettati circa tre mesi di vita.
Quando qualcuno mette una misura così precisa davanti alla tua esistenza, il tempo dell’orologio cambia improvvisamente significato.
Tre mesi.
Novanta giorni, più o meno.
Ore.
Minuti.
Secondi.
È allora che ti accorgi di quanto facilmente abbiamo imparato a pensare alla vita attraverso ciò che diminuisce.
Quanto manca.
Quanto resta.
Quanto tempo abbiamo ancora.
Poi è accaduto qualcosa che io posso soltanto raccontare come l’ho vissuto.
Un miracolo.
Sono ancora qui.
Ma questa è un’altra storia.
Quello che appartiene invece a questa storia è ciò che ho imparato allora sul Tempo.
Ho compreso quanto siamo abituati a dare importanza al tempo che muore, quello scandito dall’orologio, mentre molto più raramente ci accorgiamo del tempo che vale la vita.
Perché una cosa è far passare un giorno.
Un’altra cosa è viverlo.
Una cosa è contare quanti giorni ci restano.
Un’altra è domandarsi quanta vita siamo capaci di mettere dentro ciascuno di essi.
In quei mesi ho cominciato a comprendere qualcosa che ancora oggi provo a imparare:
la vita non dovrebbe essere impiegata a far passare il tempo.
Dovrebbe essere vissuta fino in fondo.
Nella sua essenza.
Nella sua profondità.
E, forse, in quella misteriosa dimensione di eternità che qualche volta possiamo intuire anche dentro un solo istante.
Il tempo della vita
Ma basta osservare la natura per accorgersi che esiste anche un altro tempo.
Non lineare.
Ciclico.
Il giorno e la notte.
Le stagioni.
Il respiro.
Il battito del cuore.
Il sonno e la veglia.
La nascita, la crescita, la maturazione.
La natura non sembra conoscere soltanto il tempo dell’orologio.
Conosce soprattutto il ritmo.
Ogni organismo vivente possiede i propri ritmi e quando proviamo a forzarli continuamente qualcosa, prima o poi, comincia a chiedere ascolto.
Forse potremmo chiamarlo il tempo della vita.
Non ci dice semplicemente quanto tempo è passato.
Ci dice quando qualcosa è maturo.
Un seme non cresce più velocemente perché lo guardiamo continuamente.
Un frutto non matura perché abbiamo fretta.
Esiste un momento per germogliare, uno per crescere, uno per raccogliere e perfino uno per lasciare andare.
Il tempo dell’anima
Poi esiste un’esperienza del tempo ancora diversa.
Cinque minuti trascorsi aspettando una risposta importante possono sembrare interminabili.
Due ore trascorse con qualcuno che amiamo possono scomparire in un istante.
Un pomeriggio vissuto nella paura sembra non finire mai.
Una giornata nella quale siamo completamente immersi in ciò che facciamo può volare via senza che ce ne accorgiamo.
L’orologio dice che il tempo trascorso è identico.
La nostra esperienza dice il contrario.
Esiste dunque anche un tempo interiore, un tempo dell’anima.
Non viene misurato dalle lancette.
Viene misurato dalla nostra presenza, dalle nostre emozioni, dal nostro coinvolgimento.
Ed è interessante accorgersi di una cosa.
Quando siamo profondamente presenti a ciò che facciamo, spesso smettiamo persino di pensare al tempo.
Non perché sia scomparso.
Ma perché, per un momento, non siamo più separati da ciò che stiamo vivendo.
E se esistesse anche un Tempo spirituale?
Possiamo trovare una prospettiva ancora più ampia.
Il Tempo non viene considerato soltanto come una quantità astratta da misurare, ma può essere contemplato anche come espressione di una realtà spirituale.
Nelle antiche immagini mitologiche compare Cronos.
Nella cosmologia descritta da Rudolf Steiner il grande cammino dell’evoluzione viene fatto risalire all’Antico Saturno, seguito dall’Antico Sole, dall’Antica Luna e infine dalla Terra.
Al di là delle interpretazioni che ciascuno può dare a queste immagini, trovo affascinante una domanda:cosa cambierebbe nella nostra vita se smettessimo, almeno per qualche istante, di considerare il Tempo come un nemico?
Di solito diciamo:
«Il tempo mi manca.»
«Il tempo corre.»
«Il tempo mi sfugge.»
«Sto perdendo tempo.»
Quasi sempre parliamo del tempo come di qualcosa contro cui dobbiamo combattere.
Ma forse esiste un altro rapporto possibile.
Non conquistare il tempo.
Non amministrarlo ossessivamente.
Entrare in relazione con esso.
A cosa sto dando il mio tempo?
Qui la riflessione diventa molto concreta.
Perché il nostro tempo è forse una delle forme più preziose attraverso le quali esprimiamo noi stessi.
Dare tempo a qualcosa significa darle una parte della nostra vita.
Ogni volta che trascorriamo un’ora facendo qualcosa, quell’ora non ritornerà.
Possiamo guadagnare nuovamente del denaro.
Possiamo ricomprare un oggetto perduto.
Possiamo ricostruire molte cose.
Un’ora della nostra vita, invece, non può essere restituita.
Eppure oggi sento che questa è soltanto una parte della verità.
Perché quell’ora può certamente essere perduta.
Ma può anche essere riempita di vita.
Ci sono ore che passano senza quasi lasciare traccia.
E ci sono istanti che rimangono dentro di noi per sempre.
Forse il valore del Tempo non dipende soltanto dalla sua durata.
Dipende dalla qualità della presenza con cui lo attraversiamo.
E allora la domanda diventa:
A cosa sto dando il mio tempo?
Alle cose che considero davvero importanti?
Alle persone che amo?
Alla mia crescita?
Alla conoscenza?
Alla cura del corpo?
Al silenzio?
Alla bellezza?
Oppure lo sto consegnando continuamente a qualcosa che riempie le mie giornate senza nutrire veramente la mia vita?
Non è una domanda morale.
Non esiste una lista universale delle cose degne o indegne del nostro tempo.
Ognuno deve imparare a riconoscerle dentro di sé.
Ed è proprio da questa riflessione che nasce una pratica che ho incontrato e che mi ha profondamente colpito.
La chiamo Preghiera del Tempo.
La Preghiera del Tempo
Prima di pronunciarla possiamo semplicemente fermarci per qualche istante.
Respirare.
E immaginare di rivolgerci non all’orologio, ma al Tempo stesso.
«Io non darò tempo a nulla di ciò che non è importante per la mia evoluzione.
Nulla di ciò che non è importante per la mia evoluzione avrà tempo da me.
Io darò il mio tempo a tutto ciò che è importante per la mia evoluzione.
Ciò che è importante per la mia evoluzione avrà tempo da me.»
Sono parole semplici.
Ma, se pronunciate con attenzione, possono diventare qualcosa di molto diverso da una formula.
Possono diventare una scelta.
Non significa fare sempre qualcosa di “utile”
Qui però occorre fare attenzione.
Potremmo interpretare queste parole nel modo tipico della nostra epoca:
devo essere più efficiente.
devo produrre di più.
devo utilizzare meglio ogni minuto.
Non credo sia questo il senso.
Anche sedersi sotto un albero può essere importante.
Guardare il cielo può essere importante.
Giocare con un bambino può essere importante.
Ascoltare qualcuno può essere importante.
Dormire può essere importante.
Ridere può essere importante.
Perfino apparentemente non fare nulla può diventare necessario.
Il punto non è riempire ogni minuto.
È imparare a riconoscere ciò che, in quel momento della nostra esistenza, possiede veramente significato.
Il futuro che immaginiamo
C’è poi un’altra trappola legata al tempo.
Viviamo continuamente proiettati nel futuro.
Questa sera.
La prossima settimana.
La prossima estate.
Fra cinque anni.
Facciamo programmi — ed è naturale farli — ma spesso, senza rendercene conto, cominciamo a vivere come se quel futuro fosse già una realtà esistente.
Come se fosse un luogo che ci aspetta.
Eppure c’è una verità semplicissima che tendiamo a dimenticare:
il futuro non è ancora accaduto.
Abbiamo soltanto questo istante.
Possiamo preparare il domani.
Possiamo immaginarlo.
Possiamo desiderarlo.
Possiamo seminare qualcosa perché un giorno possa nascere.
Ma la vita accade sempre qui.
Adesso.
Salvatore Brizzi, nel suo lavoro dedicato simbolicamente alla “sconfitta di Cronos”, insiste proprio su questa provocazione: l’uomo vive spesso come se passato e futuro possedessero la stessa realtà del presente.
Forse invece gran parte della nostra libertà comincia quando impariamo a distinguere ciò che esiste da ciò che la nostra mente sta immaginando.Io stesso, quando mi vennero dati quei tre mesi, avrei potuto trasformarli mentalmente in una linea che terminava in un punto preciso.
Ma la vita mi ha insegnato qualcosa di diverso.
Quel futuro che sembrava già scritto non era ancora accaduto.
E infatti non accadde.
Anche per questo oggi faccio molta attenzione quando la mente pretende di sapere cosa ci aspetta.
Possiamo progettare.
Dobbiamo, a volte, progettare.
Ma non dovremmo confondere il progetto con la Vita.
Vivere sul confine dell’istante
Pensandoci bene viviamo continuamente su una soglia sottilissima.
Dietro di noi c’è ciò che è già accaduto.
Davanti a noi ciò che ancora non esiste.
E noi siamo esattamente qui.
Su questo confine.
Adesso.
È quasi vertiginoso.
Il presente non dura.
Nel momento stesso in cui provo ad afferrarlo è già diventato passato.
E forse proprio per questo non può essere posseduto.
Può soltanto essere vissuto.
E forse proprio qui possiamo intuire qualcosa dell’eternità.
Non necessariamente un tempo infinito.
Ma un istante talmente pieno da non avere più bisogno di essere misurato.
Quando il tempo sembra allargarsi
Ci sono momenti nei quali sperimentiamo qualcosa di curioso.
Facciamo molto senza sentirci affaticati.
Le cose sembrano trovare il proprio posto.
Un incontro avviene nel momento giusto.
Un lavoro che normalmente avrebbe richiesto ore scorre con una facilità inattesa.
Non so se esista una spiegazione unica per queste esperienze.
Ma conosco bene la sensazione.
Quando siamo profondamente allineati con quello che stiamo facendo, il tempo sembra quasi diventare più ampio.
Non abbiamo necessariamente più minuti.
Abbiamo più presenza dentro quei minuti.
Forse è questo uno dei possibili significati dell’entrare in relazione con il Tempo.
Non chiedergli:
«Dammi più ore.»
Ma domandarsi:
«Fammi essere veramente presente nelle ore che mi sono date.»
Una piccola pratica
La prossima volta che pensi:
«Non ho tempo», prova a fermarti.
Solo qualche secondo.
E sostituisci quella frase con una domanda:
«A cosa sto dando il mio tempo?»
Poi chiediti:
«È veramente lì che desidero mettere una parte della mia vita?»
Non occorre cambiare tutto.
A volte basta spostare di pochi gradi la direzione di una giornata.
Spegnere qualcosa.
Accendere qualcos’altro.
Dire un no.
Dire finalmente un sì.
Restare qualche minuto in silenzio.
Telefonare a qualcuno.
Camminare.
Leggere.
Pregare.
Respirare.
Forse non siamo venuti al mondo per riempire il tempo.
Forse siamo venuti al mondo per imparare ad abitarlo.
Io ho dovuto incontrare per un momento l’idea della sua fine per iniziare a comprenderne il valore.
E forse, paradossalmente, proprio quando il tempo dell’orologio sembrava essersi fatto terribilmente corto, ho cominciato a intuire che esiste qualcosa che l’orologio non sa misurare.
La profondità di un istante.
La presenza.
L’amore.
La coscienza.
Quella parte della vita che non si può esprimere in giorni, mesi o anni.
Forse è lì che il Tempo smette lentamente di sembrarci qualcosa che ci porta verso la fine.
E può diventare ciò che accompagna il nostro divenire.
Non più soltanto qualcosa che passa.
Ma qualcosa attraverso cui possiamo diventare.
Per questo oggi sento che non si tratta semplicemente di avere tempo.
Si tratta di non trascorrere la vita aspettando che passi.
Si tratta di viverla.
Nella sua essenza.
Nella sua profondità.
E, per quanto ci è dato comprenderlo, nella sua eternità.
Forse la domanda non è quanto tempo ci resta.
La domanda è quanta Vita siamo capaci di mettere nel Tempo che ci è dato.
