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Il movimento interiore

La trasformazione dell’essere

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Trasformarsi non significa diventare qualcun altro.


Non significa cancellare ciò che siamo stati, rinnegare la nostra storia o costruire una nuova immagine di noi stessi.


Forse significa qualcosa di più sottile.


Accorgerci che ciò che siamo oggi non è necessariamente tutto ciò che possiamo essere.


Durante la vita impariamo a riconoscerci attraverso un nome, un carattere, delle abitudini, dei ruoli.


Diventiamo figli, genitori, compagni, professionisti.


Costruiamo idee su noi stessi.


Alcune ci aiutano.


Altre, con il tempo, possono diventare confini.


Eppure dentro ogni essere umano sembra esistere qualcosa che non smette completamente di muoversi.


Qualcosa che, a volte, ci rende inquieti proprio quando apparentemente tutto è al proprio posto.


Può manifestarsi come una domanda.


Come una crisi.


Come l’impressione che una parte della nostra vita non ci appartenga più nello stesso modo.


Oppure semplicemente come il bisogno, difficile da spiegare, di andare un poco più in profondità.


Forse la trasformazione comincia proprio lì.


Non quando decidiamo che dobbiamo diventare diversi.


Ma quando iniziamo a riconoscere che qualcosa, dentro di noi, sta già chiedendo di diventare.

Attraversare ciò che resiste

Ogni trasformazione incontra una soglia

Cambiare davvero raramente è un processo lineare.


Una parte di noi può desiderare qualcosa di nuovo.


Un’altra può voler restare esattamente dove si trova.


Perché anche ciò che ci limita, spesso, ci è familiare.


Un’abitudine conosciuta può sembrare più sicura di una possibilità ancora senza forma.


Una paura può accompagnarci così a lungo da diventare quasi parte del nostro modo di essere.


Una ferita può trasformarsi in una difesa.


Una difesa, col tempo, può diventare una prigione.


E così, quando qualcosa dentro di noi comincia a cambiare, può nascere una resistenza.


Non necessariamente perché stiamo sbagliando strada.


Forse proprio perché una parte di ciò che eravamo sente che non potrà attraversare quella soglia nello stesso modo.


La trasformazione allora non chiede di combattere contro noi stessi.


Chiede prima di tutto di vedere ciò che resiste.


Riconoscere le paure senza lasciarci governare completamente da esse.


Incontrare le contraddizioni senza pretendere di eliminarle subito.


Accorgerci delle vecchie immagini che continuiamo a difendere anche quando non ci rappresentano più.


Ci sono momenti nei quali crescere significa aggiungere qualcosa.


E altri nei quali significa lasciare cadere.


Un ruolo.


Una certezza.


Un bisogno di controllo.


Un modo di reagire.


Una storia che continuiamo a raccontarci su chi siamo.


Forse ogni vera trasformazione contiene anche una piccola morte.


Non la morte dell’essere.


Ma quella di una forma che ha compiuto il proprio tempo.


Ed è proprio quando quella forma comincia a incrinarsi che può apparire qualcosa che prima non riuscivamo ancora a vedere.

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Dare forma al nuovo

Trasformarsi vivendo

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Una trasformazione interiore non si compie soltanto dentro di noi.


Prima o poi chiede di entrare nella vita.


Nel modo in cui guardiamo una persona.


Nel modo in cui affrontiamo una paura.


Nelle parole che scegliamo di dire — o di non dire.


Nel gesto che, questa volta, decidiamo di non ripetere.


Perché possiamo comprendere molte cose di noi stessi.


Possiamo riconoscere le nostre ferite, osservare le nostre reazioni, intuire ciò che ci condiziona.


Ma arriva un momento nel quale comprendere non basta più.


Occorre fare esperienza di una possibilità diversa.


È allora che la trasformazione diventa scelta.


Non necessariamente una scelta grande.


A volte può essere quasi invisibile.


Rispondere diversamente dove avremmo reagito.


Restare presenti dove saremmo fuggiti.


Lasciare andare ciò che avremmo trattenuto.


Dire un sì che prima non riuscivamo a pronunciare.


Oppure finalmente dire un no.


Piccoli gesti possono diventare il luogo nel quale qualcosa di nuovo comincia ad assumere forma.


Non perché abbiamo raggiunto una versione migliore o definitiva di noi stessi.


Ma perché cominciamo a partecipare consapevolmente a ciò che stiamo diventando.


Forse trasformarsi è proprio questo: non sostituire un’identità con un’altra, ma diventare abbastanza liberi da non essere costretti a ripetere sempre noi stessi.


E allora ciò che prima esisteva soltanto come possibilità interiore può lentamente diventare un nuovo modo di essere nel mondo.

Trasformarsi non significa diventare altro da sé.

Significa diventare abbastanza liberi da poter essere ciò che, in noi, chiede ancora di nascere.

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