Prima delle risposte, viene l’ascolto
Prima delle risposte, viene l’ascolto
Non sempre sappiamo dare un nome a ciò che stiamo cercando.
Non sempre sappiamo dare un nome a ciò che stiamo cercando.
Ci sono momenti della vita nei quali qualcosa sembra chiedere attenzione.
Può essere una scelta da compiere, una relazione che sta cambiando, una difficoltà che continua a ripresentarsi. Oppure semplicemente la sensazione che il modo nel quale abbiamo vissuto fino a quel momento non riesca più a contenerci completamente.
A volte sappiamo esattamente di cosa vorremmo parlare.
Altre volte no.
E non credo sia necessario arrivare con una domanda già formulata.
Negli anni ho incontrato persone molto diverse tra loro, con storie, età, esperienze e ragioni differenti per sedersi davanti a me.
Ho imparato che prima di cercare una risposta occorre provare a comprendere quale sia veramente la domanda.
E qualche volta persino quella cambia mentre ne parliamo.
Per questo l’ascolto, per me, non consiste semplicemente nel lasciare parlare qualcuno aspettando il momento di rispondere.
Significa provare a incontrarlo là dove si trova.
Senza decidere prima dove dovrebbe arrivare.
Perché accompagnare qualcuno comincia proprio da qui: non dalla strada che conosco io, ma dal punto nel quale si trova lui.

Possiamo camminare accanto a qualcuno senza decidere la sua direzione.
Possiamo camminare accanto a qualcuno senza decidere la sua direzione.
Accompagnare non significa guidare
Accompagnare non significa guidare

Nel coaching si parte spesso da qualcosa di concreto: un obiettivo da raggiungere, una scelta da affrontare, una capacità da sviluppare, un cambiamento che desideriamo realizzare.
È un lavoro che conosco anche molto prima di avergli dato questo nome.
Per molti anni, attraverso lo sport e l’insegnamento, ho accompagnato persone e atleti a confrontarsi con obiettivi, difficoltà, paure, limiti e possibilità.
Successivamente la formazione come coach mi ha fornito strumenti, metodo e una cornice più precisa per un’esperienza che avevo già incontrato molte volte nella vita.
Ma accompagnare una persona, per me, non significa costruire al suo posto la persona che dovrebbe diventare.
Significa aiutarla a riconoscere ciò che possiede, ciò che desidera sviluppare e anche ciò che, qualche volta, le impedisce di esprimerlo pienamente.
Un obiettivo può essere importante.
Ma durante il percorso può accadere di comprendere che dietro quell’obiettivo esiste una domanda diversa.
Una scelta professionale può parlare del nostro rapporto con il valore.
Una difficoltà può farci incontrare una capacità che non sapevamo di possedere.
Un momento di cambiamento può costringerci a domandarci cosa desideriamo davvero conservare e cosa siamo pronti a lasciare.
È qui che, per me, il coaching può diventare anche un percorso di crescita personale.
Non perché debba trasformarsi in qualcos’altro.
E nemmeno perché ogni difficoltà nasconda necessariamente un significato più profondo.
Ma perché lavorare su un obiettivo significa inevitabilmente incontrare anche la persona che quell’obiettivo desidera raggiungere.
E quella persona non è fatta soltanto di pensieri.
Ha un corpo, emozioni, relazioni, una storia, capacità ancora inespresse e una propria dimensione interiore.
Per questo posso offrire strumenti, esperienza, domande e punti di osservazione.
Posso aiutare a mettere a fuoco un obiettivo e costruire passi concreti per avvicinarlo.
Posso camminare accanto per un tratto.
Ma non posso scegliere la strada al posto di nessuno.
Perché un accompagnamento autentico, almeno per come lo intendo io, dovrebbe rendere una persona progressivamente più capace di camminare con le proprie gambe.
Non più dipendente da chi la accompagna, ma più libera di scegliere.
Le molte forme dell’Essere
Le molte forme dell’Essere
La persona è una. Ma il modo in cui vive, sente, pensa e si manifesta può avere molti volti.
La persona è una. Ma il modo in cui vive, sente, pensa e si manifesta può avere molti volti.
Nel tempo ho incontrato modi molto diversi di accompagnare le persone. Lo sport mi ha insegnato il valore dell’obiettivo, della disciplina e della capacità di attraversare una difficoltà per scoprire risorse che credevamo di non avere. Il coaching mi ha dato strumenti per trasformare un’intenzione in qualcosa di concreto, mettere a fuoco una direzione e costruire passi attraverso i quali provare a raggiungerla.
Ma l’esperienza mi ha insegnato anche che nessuno di noi può essere compreso attraverso una sola dimensione. Possiamo essere determinati in un luogo e fragili in un altro, sicuri in un ruolo e smarriti in una relazione. Possiamo essere capaci di accompagnare qualcuno e, nello stesso momento della nostra vita, avere bisogno noi stessi di essere accompagnati.
Non è necessariamente contraddizione. È la molteplicità attraverso la quale un essere umano si manifesta.
Siamo uno, eppure viviamo contemporaneamente attraverso il corpo, i pensieri, le emozioni, le relazioni, la nostra storia, i desideri e quella dimensione più profonda e interiore che non sempre riusciamo immediatamente a nominare. E anche il mondo che abitiamo è fatto di molti mondi: famiglia, lavoro, relazioni, passioni, responsabilità, ricerca interiore. In ciascuno possiamo incontrare aspetti differenti di noi stessi senza per questo smettere di essere uno.
Per questo, nei miei percorsi di crescita personale e interiore, non parto da uno strumento cercando poi di adattarvi la persona.
Prima viene l’essere umano. Gli strumenti vengono dopo.
A volte il lavoro può rimanere molto concreto: definire un obiettivo, affrontare una scelta, riconoscere e valorizzare una capacità, attraversare un cambiamento o un momento difficile. Altre volte ciò che emerge invita ad allargare lo sguardo: può riguardare una relazione, il rapporto con noi stessi, qualcosa che continuiamo a ripetere oppure una domanda più profonda sul significato che stiamo dando alla nostra vita.
Non tutto, però, appartiene al mio campo. Accompagnare significa anche conoscere il valore e il limite delle proprie competenze. Il mio percorso professionale è quello del coaching e dell’accompagnamento alla crescita personale e interiore; non sono uno psicologo né uno psicoterapeuta.
Questo non significa dividere nuovamente la persona in compartimenti. Significa, al contrario, riconoscere che possiamo guardare lo stesso essere umano da prospettive differenti e che, qualche volta, proprio dall’incontro tra competenze diverse può emergere qualcosa che da un solo punto di osservazione rimaneva invisibile.
Anche per questo nello Studio Cinabro collaborano con me professioniste con competenze differenti, tra cui una psicologa e una counselor. Non necessariamente perché una debba intervenire dove l’altra si ferma, ma perché ciascuna può contribuire, con i propri strumenti e nel rispetto del proprio ruolo, a ricomporre parti differenti della stessa esperienza umana.
Non si tratta di dividere nuovamente la persona in compartimenti, ma di riconoscere che competenze differenti possono incontrarsi nel rispetto dei propri confini.
Perché nessun metodo può contenere interamente un essere umano. E nessuna delle molte forme attraverso le quali ci manifestiamo, da sola, può raccontare tutto ciò che siamo.

Ci sono cose che comprendiamo da soli.
Altre emergono soltanto nella relazione.
Ci sono cose che comprendiamo da soli.
Altre emergono soltanto nella relazione.
Lo spazio tra due persone
Lo spazio tra due persone

Possiamo leggere, studiare, riflettere e lavorare a lungo su noi stessi. Eppure qualche volta basta l’incontro con un’altra persona perché qualcosa che avevamo davanti da tempo possa apparirci improvvisamente da una prospettiva diversa.
Non necessariamente perché l’altro conosca una risposta che noi non conosciamo. A volte è una domanda. Una parola. Un punto di vista che non avevamo considerato. Altre volte è semplicemente la possibilità di esprimere qualcosa davanti a qualcuno che sia realmente disposto ad ascoltarlo.
È nello spazio tra due persone che, qualche volta, qualcosa diventa visibile.
Negli anni ho incontrato atleti che cercavano un risultato, persone davanti a scelte professionali o personali, ragazzi che avevano perso motivazione e direzione, coppie e famiglie che avevano bisogno di ritrovare uno spazio nel quale riuscire nuovamente a parlarsi. Ho accompagnato persone nei momenti di cambiamento, nella ricerca delle proprie capacità e nel tentativo di comprendere meglio ciò che stavano vivendo.
Non sempre serviva trovare una soluzione. Qualche volta era necessario cambiare la domanda. Altre volte riconoscere una possibilità che era già presente, ma che da soli non riuscivamo più a vedere.
L’incontro non dovrebbe creare dipendenza. Dovrebbe restituire libertà.
Per questo non credo in percorsi nei quali chi accompagna diventa progressivamente indispensabile. Se qualcosa funziona, dovrebbe accadere semmai il contrario: la persona dovrebbe diventare sempre più capace di osservare, scegliere e assumersi la responsabilità della propria vita.
E qualche volta accade anche altro. Un percorso iniziato per affrontare una difficoltà, raggiungere un obiettivo o attraversare un cambiamento può trasformarsi in una ricerca più profonda. La conoscenza di sé può aprire alla crescita interiore e, per qualcuno, diventare l’inizio di un vero cammino di consapevolezza.
Non deve accadere.
Non è il traguardo che stabilisco per chi incontro.
È una possibilità che appartiene alla libertà di ciascuno.
Forse è proprio questo lo spazio che cerco di offrire nell’accompagnamento: non un luogo nel quale qualcuno venga a ricevere le mie risposte, ma un incontro nel quale possa diventare un po’ più capace di ascoltare le proprie.
Perché alcune risposte possiamo riceverle dagli altri. Ma quelle che trasformano davvero la nostra vita dobbiamo, prima o poi, riconoscerle dentro di noi.
A volte non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica chi siamo.
Abbiamo bisogno di uno spazio nel quale poterlo riconoscere.
A volte non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica chi siamo.
Abbiamo bisogno di uno spazio nel quale poterlo riconoscere.