Imparare a osservarsi
Imparare a osservarsi
Non tutto ciò che ci abita ci appartiene
Non tutto ciò che ci abita ci appartiene
Ci sono parti di noi che conosciamo bene.
Altre che crediamo di conoscere.
E altre ancora che agiscono molto prima che ce ne accorgiamo.
Pensieri.
Emozioni.
Paure.
Desideri.
Abitudini.
Ricordi.
Il modo in cui reagiamo a una parola.
A uno sguardo.
A un rifiuto.
A una perdita.
A qualcosa che desideriamo profondamente.
Molto di ciò che chiamiamo “io” si è costruito nel tempo.
Attraverso la nostra storia.
Le persone che abbiamo incontrato.
La famiglia nella quale siamo cresciuti.
Le esperienze che abbiamo vissuto.
Le ferite e le gioie.
Le convinzioni che abbiamo accolto.
Persino le parole che abbiamo ascoltato abbastanza volte da cominciare a crederle nostre.
Eppure possiamo osservare tutto questo.
Possiamo accorgerci di un pensiero mentre nasce.
Possiamo sentire un’emozione senza necessariamente diventare quell’emozione.
Possiamo riconoscere una reazione prima di trasformarla, ancora una volta, nello stesso comportamento.
Ed è qui che nasce una domanda:
se posso osservare ciò che penso, ciò che sento e ciò che mi accade dentro, sono soltanto tutto questo?
È una domanda che mi accompagna da molto tempo.
Non per trovare rapidamente una risposta.
Ma per imparare a distinguere.
Ciò che penso da ciò che sono.
Ciò che provo da ciò che sono.
Ciò che mi è accaduto da ciò che sono.
Senza negare niente.
Senza combattere niente.
Cominciando, semplicemente, a guardare.
Perché forse la ricerca interiore non comincia quando troviamo qualcosa di nascosto dentro di noi.
Comincia quando impariamo a osservare ciò che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi.

Siamo anche ciò che abbiamo attraversato
Siamo anche ciò che abbiamo attraversato
Il mondo che portiamo dentro
Il mondo che portiamo dentro

Nessuno comincia da una pagina bianca.
Prima ancora di poter scegliere molte cose della nostra vita, qualcuno ci ha dato un nome.
Siamo nati dentro una famiglia, una storia, un luogo, un tempo.
Abbiamo imparato parole.
Gesti.
Regole.
Abbiamo incontrato affetto e distanza.
Presenza e assenza.
Protezione e paura.
Fiducia e delusione.
E, crescendo, abbiamo costruito modi per stare nel mondo.
Alcuni ci hanno aiutato.
Altri, forse, continuano ad accompagnarci anche quando non ci servono più.
Ci sono reazioni che sembrano appartenere al presente e invece hanno radici molto più lontane.
Ci sono paure delle quali abbiamo dimenticato l’origine.
Ci sono modi di amare, difenderci, cercare approvazione, fuggire o trattenere che abbiamo imparato molto prima di poterli comprendere.
Conoscersi significa anche incontrare la propria storia senza diventarne prigionieri.
Non per cercare continuamente un colpevole nel passato.
E nemmeno per spiegare ogni cosa attraverso ciò che ci è accaduto.
Ma per riconoscere i fili.
Vedere ciò che ritorna.
Accorgersi delle situazioni che cambiano volto, mentre dentro di noi sembrano ripetersi sempre nello stesso modo.
La biografia può diventare allora qualcosa di diverso dal semplice racconto di ciò che abbiamo vissuto.
Può diventare materia di conoscenza.
Perché il passato non può essere cambiato.
Ma può cambiare il modo in cui continua a vivere dentro di noi.
E qualche volta proprio ciò che abbiamo considerato soltanto una ferita, un ostacolo o un errore può rivelare, guardato da un’altra prospettiva, qualcosa che ancora non avevamo compreso.
Non per convincerci che tutto ciò che accade sia necessariamente “bene”.
Ma per chiederci:
che cosa ne faccio, adesso, di ciò che ho vissuto?
Forse una parte della libertà comincia proprio qui.
Non nel cancellare la nostra storia.
Nel non essere più costretti a ripeterla.
Imparare a pensare
Imparare a pensare
Non ogni pensiero che attraversa la mente nasce da noi
Non ogni pensiero che attraversa la mente nasce da noi
Pensiamo continuamente.
O almeno così sembra.
Una voce dentro di noi commenta ciò che accade.
Giudica.
Confronta.
Prevede.
Ricorda.
Costruisce scenari.
Qualche volta ci rassicura.
Qualche volta ci spaventa.
Ma raramente ci chiediamo:
da dove vengono i miei pensieri?
Quanto di ciò che penso nasce da un’osservazione reale?
Quanto da ciò che mi è stato insegnato?
Quanto dalla paura?
Quanto dal desiderio?
Quanto dall’abitudine?
Quanto dalle idee dell’ambiente nel quale vivo?
Viviamo immersi nelle parole degli altri.
Famiglia, scuola, cultura, informazione, pubblicità, gruppi ai quali apparteniamo, persone che ammiriamo o combattiamo.
Oggi, forse più che in qualunque altra epoca, siamo circondati da qualcosa che continuamente cerca di attirare la nostra attenzione, provocare una reazione, suggerirci cosa desiderare, cosa temere e persino cosa pensare.
Questo non significa che tutto ciò che arriva dall’esterno sia falso.
Significa soltanto che ricevere un pensiero non è ancora pensare.
Pensare può diventare un esercizio.
Osservare.
Sospendere per un momento il giudizio.
Guardare una cosa anche da una prospettiva diversa dalla propria.
Accorgersi di quando stiamo cercando la verità e di quando, invece, stiamo soltanto cercando conferma a ciò che già crediamo.
Persino imparare a dire:
non lo so.
Non come rinuncia.
Come spazio.
Perché forse il pensiero diventa davvero nostro quando siamo disposti persino a lasciarlo cambiare davanti a qualcosa di più vero.
La libertà interiore non consiste nel non essere influenzati da nulla.
Probabilmente sarebbe impossibile.
Consiste forse nel diventare abbastanza presenti da poter riconoscere ciò che ci attraversa e scegliere cosa farne.
Non soltanto avere pensieri.
Imparare, poco alla volta, a pensare.

Non tutte le risposte arrivano facendo più rumore
Non tutte le risposte arrivano facendo più rumore
Il valore del silenzio
Il valore del silenzio

Siamo abituati a cercare risposte.
Quando qualcosa non funziona vogliamo comprenderne il motivo.
Quando soffriamo vogliamo sapere perché.
Quando dobbiamo scegliere vorremmo conoscere in anticipo la strada giusta.
E spesso una risposta è necessaria.
Ma esistono domande che non possono essere forzate.
Domande alle quali forse non manca una risposta.
Manca lo spazio perché possa emergere.
Per questo, nel lavoro interiore, anche il silenzio può diventare un’esperienza.
Non necessariamente il silenzio esteriore.
Si può essere in silenzio in una stanza e avere dentro un’intera folla che parla.
Il silenzio che mi interessa è un’altra cosa.
È riuscire, almeno per qualche istante, a non dover immediatamente giudicare ciò che emerge.
Non respingerlo.
Non appropriarsene.
Non trasformarlo subito in una spiegazione.
Rimanere.
Ascoltare.
Osservare.
A volte ciò che incontriamo dentro di noi non è piacevole.
Possiamo scoprire contraddizioni.
Paure.
Desideri che preferiremmo non avere.
Parti di noi che avevamo imparato a nascondere persino a noi stessi.
Ma conoscersi non significa costruire un’immagine più bella di sé.
Significa diventare abbastanza liberi da potersi incontrare anche dove non ci piacciamo.
E forse proprio allora qualcosa può cominciare a trasformarsi.
Non perché lo abbiamo combattuto.
Ma perché finalmente lo abbiamo visto.
Il silenzio, allora, non è vuoto.
È uno spazio nel quale possiamo smettere, per un momento, di raccontarci chi siamo.
E ascoltare.
Non sempre per trovare una risposta.
A volte per imparare finalmente a sostenere una domanda.
La ricerca interiore non serve a diventare qualcun altro.
Serve, forse, a scoprire chi rimane quando smettiamo di confonderci con tutto ciò che crediamo di essere.
La ricerca interiore non serve a diventare qualcun altro.
Serve, forse, a scoprire chi rimane quando smettiamo di confonderci con tutto ciò che crediamo di essere.