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Rappresentazione visiva dell'articolo: Il male  che non riconosciamo più

Il male che non riconosciamo più

Luca Della Rosa

05 novembre 2026

“… il male non è più un’entità esterna, è l’ignoranza che separa l’uomo dal Divino…”

Quando l’ignoranza ci separa dal Divino e il progresso non diventa coscienza

Una riflessione sulla libertà del pensiero, sulla perdita del senso del sacro e sulla responsabilità spirituale dell’essere umano.

Una risata che mi ha fatto riflettere

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in alcuni video di uno spettacolo comico nel quale venivano ironicamente affrontati Dio, Gesù Cristo e alcuni aspetti della tradizione cristiana.

Non è stata la comicità in sé a colpirmi.

Credo che l’ironia, quando nasce dall’intelligenza e dalla capacità di osservare le contraddizioni umane, possa essere uno strumento prezioso. Saper ridere di noi stessi, delle nostre convinzioni e perfino delle nostre certezze può aiutarci a non diventare prigionieri delle idee che abbiamo costruito.

E non penso che Dio abbia bisogno di essere difeso dalle battute di un comico.

Quello che mi ha colpito è stato altro.

Ascoltando quei monologhi, ho avuto la sensazione che questioni storiche, filosofiche e spirituali di straordinaria profondità venissero ridotte a semplificazioni e conclusioni superficiali, efficaci forse sul piano dello spettacolo, ma ben lontane dall’esaurire il significato di ciò di cui si stava parlando.

Poi ho letto i commenti sotto lo stesso video. Ed è stato soprattutto lì che ho provato un sentimento che inizialmente ho faticato a definire.

Non era indignazione religiosa.

Non era il fastidio di vedere messe in discussione le mie convinzioni.

Era amarezza. Una profonda amarezza.

Leggevo persone che definivano i Vangeli una raccolta di storielle, una sorta di libro fantasy. Altre che esprimevano giudizi categorici sulla figura di Gesù, sull’esistenza di Dio e sul cristianesimo, richiamando argomentazioni storiche o scientifiche come se questioni tanto complesse fossero state definitivamente risolte.

Non posso sapere quali studi abbiano compiuto quelle persone, quali esperienze abbiano vissuto o quali domande si siano poste.

E non è mia intenzione giudicarle.

Ma quella leggerezza nel deridere, nell’offendere gratuitamente, nel liquidare con poche parole ciò che per altri rappresenta il risultato di una profonda ricerca interiore, mi ha fatto riflettere.

Non tanto perché qualcuno non condividesse il mio pensiero.

Quanto per quella facilità con cui possiamo arrivare a considerare una nostra conquista intellettuale qualcosa che, forse, abbiamo soltanto sentito ripetere.

E mi sono chiesto:

Quante delle convinzioni che esprimiamo con tanta sicurezza sono veramente il frutto del nostro pensiero?

E quante sono semplicemente idee che abbiamo raccolto lungo il cammino, ascoltate da qualcuno, lette distrattamente, ripetute così tante volte da finire per considerarle nostre?

Da questa esperienza è nata una riflessione più ampia.

Una riflessione che riguarda il nostro rapporto con la conoscenza, con la dimensione spirituale e, soprattutto, con ciò che siamo abituati a chiamare male.

Il male non è più soltanto fuori di noi

Siamo abituati a cercare il male all’esterno.

Nelle persone che consideriamo malvagie, negli avvenimenti che ci spaventano, nelle forze che percepiamo come ostili.

Anche molte rappresentazioni religiose hanno contribuito a costruire l’immagine di un male che agisce dall’esterno, quasi fosse una presenza separata dall’essere umano.

Ma nel mio percorso di ricerca spirituale ho incontrato una prospettiva diversa, che nel tempo è diventata sempre più significativa.

Una prospettiva che vorrei condividere attraverso una domanda.

E se il male non fosse più un’entità esterna da combattere, ma quell’ignoranza che separa l’essere umano dal Divino?

Non intendo negare l’esistenza delle forze ostacolatrici, così come vengono descritte in diverse tradizioni spirituali.

Mi riferisco piuttosto al modo in cui queste forze possono trovare spazio nella nostra interiorità, attraverso l’inconsapevolezza, la separazione e la progressiva perdita del rapporto con la dimensione spirituale dell’esistenza.

E non parlo dell’ignoranza come semplice mancanza di istruzione.

Tutti nasciamo ignorando infinite cose.

Ogni cammino di conoscenza comincia proprio dal riconoscimento di ciò che ancora non sappiamo.

Parlo di un’ignoranza diversa.

Quella di chi non sa più di non sapere.

Di chi ha smesso di cercare perché è convinto di possedere già le risposte.

Di chi confonde le informazioni con la conoscenza, le opinioni con il pensiero e la capacità di criticare con quella di comprendere.

Un’ignoranza che non si riconosce più come tale.

E che, proprio per questo, può diventare una delle forme più sottili di separazione spirituale.

Perché forse il male più difficile da riconoscere non è quello che ci aggredisce apertamente.

È quello che agisce attraverso la nostra inconsapevolezza, mentre continuiamo a considerarci perfettamente coscienti e liberi.

Quando il pensiero smette di essere nostro

Viviamo in un’epoca straordinaria.

Mai come oggi abbiamo avuto accesso a una quantità così grande di informazioni.

Attraverso un piccolo dispositivo possiamo consultare biblioteche, leggere testi antichi, confrontare interpretazioni filosofiche, approfondire ricerche scientifiche e conoscere tradizioni spirituali provenienti da ogni parte del mondo.

Eppure, proprio mentre le informazioni diventano sempre più accessibili, sembra talvolta diminuire la nostra disponibilità ad approfondirle.

Bastano pochi secondi di un video per convincerci di aver compreso una questione che ha impegnato generazioni di studiosi.

Una battuta ben costruita può sembrarci più convincente di anni di ricerca.

Un’affermazione pronunciata con sicurezza può assumere ai nostri occhi il valore di una verità.

E così, quasi senza accorgercene, possiamo smettere di pensare veramente.

Non perché ci manchi l’intelligenza.

Ma perché abbiamo progressivamente delegato ad altri la costruzione delle nostre convinzioni.

Pensiamo di avere un’opinione personale, mentre spesso stiamo semplicemente ripetendo qualcosa che abbiamo ascoltato.

E più quell’opinione viene condivisa, ripetuta e approvata, più ci sembra vera.

Ma la quantità di persone che condividono un’affermazione non ne determina la verità.

E nemmeno la sicurezza con cui viene pronunciata.

Questo vale per tutti.

Per chi crede e per chi non crede.

Per chi difende una tradizione religiosa e per chi la contesta.

Perché si può credere in Dio senza aver mai cercato veramente di comprenderne il significato.

E si può negarne l’esistenza senza aver mai affrontato seriamente le domande che quella negazione comporta.In entrambi i casi, il rischio è lo stesso.

Rinunciare alla libertà del pensiero.Una libertà che non consiste semplicemente nel poter esprimere qualsiasi opinione, ma anche nella capacità di riconoscere come quell’opinione si sia formata dentro di noi.

Il Mistero del Golgota non è una storiella

Tra i commenti che avevo letto, alcuni liquidavano i Vangeli come racconti fantastici, quasi fossero favole inventate per persone incapaci di ragionare.

Anche qui credo sia necessario distinguere.

La figura storica di Gesù di Nazareth non è semplicemente un’invenzione religiosa.

La sua esistenza e la sua crocifissione sono considerate storicamente fondate dalla grande maggioranza degli studiosi dell’antichità, compresi molti ricercatori che non condividono la fede cristiana.

Altra questione è il significato della sua vita.

Altra ancora è il Mistero del Golgota.

Per chi si avvicina al cristianesimo attraverso la ricerca spirituale, il Mistero del Golgota non rappresenta soltanto un avvenimento appartenente alla storia di una religione.

Nella prospettiva antroposofica di Rudolf Steiner, esso costituisce un evento centrale nell’evoluzione spirituale dell’umanità e nel rapporto tra la Terra e il mondo divino.

È una concezione che può essere studiata, approfondita, condivisa oppure rifiutata.

Ma non può essere seriamente liquidata con una battuta senza averne prima cercato di comprendere almeno i fondamenti.

Questo non significa pretendere che una ricerca spirituale venga accettata come dimostrazione scientifica.

Significa semplicemente distinguere tra ciò che appartiene all’indagine storica, ciò che è oggetto della ricerca scientifica e ciò che viene proposto attraverso differenti vie di conoscenza spirituale.

Pensiamo, per esempio, alla Sacra Sindone.

La datazione al radiocarbonio pubblicata nel 1989 attribuì al tessuto un’origine medievale. Successivamente sono state avanzate critiche alla metodologia utilizzata e pubblicate ricerche che propongono interpretazioni differenti.

La questione rimane discussa e non sarebbe corretto presentare l’autenticità della Sindone come definitivamente dimostrata, così come non sarebbe corretto sostenere che ogni controversia scientifica sulla sua datazione sia stata risolta.

Ma anche qui occorre distinguere.

L’eventuale origine medievale di un telo non cancellerebbe l’esistenza storica di Gesù.

E la sua eventuale autenticità non costituirebbe, da sola, una dimostrazione scientifica della Resurrezione.

Sono questioni differenti.

E proprio questa complessità dovrebbe invitarci all’approfondimento, anziché alle conclusioni affrettate.

La vera ricerca non dovrebbe temere ciò che ancora non conosciamo. Dovrebbe trovare proprio lì la ragione per continuare.

La blasfemia e la libertà di pensiero

Non credo che la religione debba essere sottratta alla critica.

La storia delle istituzioni religiose presenta contraddizioni, errori e responsabilità che meritano di essere esaminati.

E penso che anche le convinzioni spirituali debbano poter essere interrogate, discusse e messe alla prova.

Ma c’è una differenza tra interrogare e deridere.

Tra criticare e disprezzare.

Tra mettere in discussione un’affermazione e ridicolizzare ciò che un altro essere umano considera sacro.

Non è una questione di censura.

È una questione di coscienza.

Che cosa aggiunge alla nostra comprensione dell’esistenza un’offesa gratuita?Quale nuova conoscenza nasce dal ridicolizzare qualcosa che non abbiamo cercato di comprendere?

E soprattutto, perché dovremmo considerare una manifestazione di libertà intellettuale ciò che potrebbe essere semplicemente una rinuncia a esercitare il pensiero?

Non ogni battuta è un’offesa e non ogni risata esprime disprezzo.

La comicità può essere intelligente, provocatoria, capace di smascherare ipocrisie e contraddizioni.

Ma quando la provocazione si esaurisce nella derisione, rischia di perdere la propria capacità di far riflettere.

E quando quella derisione viene ripetuta collettivamente, può contribuire a creare un clima nel quale non soltanto la religione, ma la stessa ricerca spirituale diventa qualcosa di cui vergognarsi.

Come se interrogarsi sul significato dell’esistenza fosse un segno di debolezza.

Come se cercare Dio significasse rinunciare alla ragione.

Come se la dimensione spirituale fosse necessariamente incompatibile con l’intelligenza.

Ma siamo sicuri che sia così?

È davvero libero chi non crede, se non ha mai scelto consapevolmente di non credere?

Ed è davvero libero chi crede, se la sua fede è soltanto il risultato di un’educazione ricevuta e mai interrogata?

Forse la vera libertà comincia proprio quando abbiamo il coraggio di mettere in discussione entrambe le posizioni.

Non per distruggere ciò in cui crediamo.

Ma per scoprire se ciò che pensiamo ci appartiene veramente.

Siamo diventati barbari tecnologici?

C’è un’espressione forte che mi è venuta spontanea riflettendo su tutto questo.

Forse siamo diventati dei barbari tecnologici.

Non perché manchino cultura, istruzione o capacità intellettuali.

Ma perché abbiamo sviluppato enormemente il nostro potere di agire sul mondo senza sviluppare, necessariamente nella stessa misura, la coscienza delle nostre azioni.

Possiamo comunicare istantaneamente con persone dall’altra parte del pianeta, ma spesso fatichiamo ad ascoltare veramente chi abbiamo davanti.

Possiamo accedere a una quantità immensa di conoscenze, ma ci accontentiamo di pochi secondi di un video per formarci un’opinione.

Possiamo esplorare lo spazio, studiare l’universo, manipolare la materia e costruire intelligenze artificiali.

Ma quanto conosciamo davvero di noi stessi?

Quanto siamo capaci di riconoscere i nostri automatismi, le nostre contraddizioni, i nostri pregiudizi?

E soprattutto, quanto siamo cresciuti interiormente rispetto alla potenza degli strumenti che abbiamo imparato a utilizzare?

Forse la barbarie contemporanea non consiste nella mancanza di informazioni.

Consiste nella difficoltà di trasformarle in coscienza.

Un tempo, l’ignoranza poteva dipendere dalla difficoltà di accedere alla conoscenza.

Oggi, almeno per una parte considerevole dell’umanità, quella conoscenza è potenzialmente accessibile.

Ma averla a disposizione non significa desiderarla.

E possedere strumenti più potenti non significa essere esseri umani più evoluti.

Eppure, talvolta, sembriamo convinti del contrario.

Guardiamo alle generazioni che ci hanno preceduto come se il progresso tecnologico ci avesse automaticamente resi superiori.

Ma davanti all’immensità dell’esistenza, quanto conosciamo veramente?

Quanto sappiamo della coscienza?

Della vita?

Della morte?

Dell’amore?

Del significato stesso del nostro essere qui?

Forse una delle conquiste più importanti del pensiero contemporaneo sarebbe proprio riconoscere quanto ancora ignoriamo.

Non per sentirci piccoli o insignificanti.

Ma per ritrovare quella disposizione interiore senza la quale nessuna vera conoscenza può nascere.

L’umiltà di chi sa di non sapere e, proprio per questo, continua a cercare.

L’amarezza di Gesù e il Quinto Vangelo

Mentre leggevo quei commenti, mi è tornata alla mente un’esperienza che avevo vissuto interiormente durante lo studio del Quinto Vangelo di Rudolf Steiner.

In quell’opera, Steiner descrive alcuni episodi della vita di Gesù di Nazareth precedenti al Battesimo nel Giordano.

Secondo la sua indagine spirituale, Gesù, prima di accogliere in sé l’Entità cosmica del Cristo, attraversò esperienze che lo portarono a conoscere profondamente la condizione spirituale dell’umanità.

Tra queste vi fu l’incontro con la comunità degli Esseni.

Gli Esseni cercavano una vita spirituale elevata attraverso la disciplina, la purificazione e l’allontanamento dalle influenze considerate ostacolatrici.

Ma nel racconto di Steiner, Gesù giunge a una comprensione dolorosa.

Le forze di Lucifero e Arimane, dalle quali quella comunità riusciva a proteggersi, non erano state superate o trasformate.

Erano rimaste fuori.

E fuori, insieme a esse, si trovava il resto dell’umanità.

La purezza spirituale di pochi sembrava accompagnarsi a una maggiore esposizione degli altri alle forze ostacolatrici.

Ricordo quanto mi colpì questa immagine quando la incontrai nel mio percorso di studio.

E quanto profondamente avvertii l’amarezza attribuita a Gesù.

Non la sofferenza di chi giudica gli uomini dall’alto.

Ma quella di chi vede esseri umani allontanarsi dalla propria possibilità di risveglio spirituale, spesso senza esserne consapevoli.

È importante ricordare che, nella prospettiva di Steiner, questi avvenimenti precedono il Battesimo nel Giordano, quando l’Entità cosmica del Cristo discende in Gesù di Nazareth.

Da quel momento, attraverso i tre anni che conducono al Mistero del Golgota, il Cristo attraversa progressivamente l’esperienza terrena dell’essere umano, fino alla morte e alla Resurrezione.

Una distinzione fondamentale per comprendere la cristologia steineriana.

Ma tornando a quell’immagine degli Esseni, ciò che mi colpì maggiormente fu proprio il significato della sofferenza di Gesù.

La ricerca spirituale di alcuni sembrava aver costruito una fortezza.

Una fortezza capace di proteggerli, ma che lasciava fuori gli altri uomini.

E allora mi domandai, e continuo a domandarmi:

Quale significato avrebbe la mia ricerca spirituale se mi conducesse soltanto a costruire una condizione migliore per me stesso, lasciandomi indifferente alla condizione dell’umanità?

Che valore avrebbe riconoscere l’ignoranza degli altri, se questa consapevolezza non mi rendesse più capace di comprenderli e amarli?

Leggendo quei commenti su quel video, ho ritrovato qualcosa di quel sentimento.

Naturalmente non pretendo di paragonare la mia esperienza a quella attribuita a Gesù.

Ma ho riconosciuto dentro di me un’amarezza simile a quella che quel racconto aveva suscitato.

Non perché qualcuno avesse offeso ciò che considero sacro.

Ma perché mi trovavo davanti a una manifestazione di quella separazione spirituale che, nella mia ricerca, ho imparato a considerare una delle radici più profonde del male.

E proprio quell’amarezza mi ha riportato a una responsabilità.

Non quella di giudicare.

Ma quella di continuare a cercare, comprendere e, per quanto possibile, contribuire a trasformare.

La fortezza che non dovremmo costruire

L’immagine degli Esseni contiene, a mio avviso, un insegnamento che riguarda anche chi oggi percorre una via spirituale.

Perché esiste un rischio molto sottile.

Quello di riconoscere l’inconsapevolezza del mondo e, proprio per questo, cominciare a sentirsi diversi, migliori, più evoluti.

Di trasformare la conoscenza in una nuova forma di separazione.

Di costruire una fortezza fatta non di mura, ma di convinzioni spirituali.

E lasciare fuori proprio quelle persone che diciamo di voler aiutare a risvegliarsi.

Ma se la ricerca spirituale ci conduce ad allontanarci dagli uomini anziché ad amarli maggiormente, forse non abbiamo ancora compreso fino in fondo ciò che stiamo cercando.

La conoscenza autentica non dovrebbe diventare uno strumento per sentirci superiori.

Dovrebbe renderci più responsabili.

Più consapevoli delle nostre contraddizioni.

Più capaci di riconoscere le possibilità di trasformazione che esistono in ogni essere umano.

Questo non significa giustificare ogni comportamento.

Non significa rinunciare a distinguere ciò che eleva da ciò che degrada.

E nemmeno accettare passivamente la violenza, il disprezzo o la superficialità.

Significa comprendere che dietro ogni comportamento, anche il più inconsapevole, esiste un essere umano.

E che nessuno di noi può considerarsi definitivamente arrivato.

Forse il compito non è allontanarsi da un mondo che sembra aver dimenticato il Divino.

Forse è imparare a riconoscere il Divino anche là dove sembra essere stato dimenticato.

Non per imporre una verità.

Ma per non smettere di riconoscere nell’altro una possibilità di evoluzione.

La gratitudine per la Vita

C’è un altro sentimento che considero profondamente legato a questa riflessione.

La gratitudine.

Ogni giorno riceviamo qualcosa che, troppo spesso, consideriamo scontato.

La possibilità di esistere.

Di pensare.

Di amare.

Di incontrare altri esseri umani.

Di sbagliare, comprendere, cambiare.

Di ricominciare.

Eppure, quanto spesso ci fermiamo a riconoscere la straordinarietà di tutto questo?

Forse una delle conseguenze più profonde della separazione spirituale è proprio la perdita della capacità di meravigliarci.

Quando tutto ci sembra dovuto, quando consideriamo la nostra esistenza un fatto ordinario, quando non avvertiamo più alcuno stupore davanti alla Vita, rischiamo di perdere anche quella disposizione interiore che ci rende capaci di conoscere.

Perché la meraviglia è spesso l’inizio della ricerca.

E la gratitudine può diventare una forma di riconoscimento di ciò che ci è stato donato, prima ancora che siamo riusciti a comprenderlo.Non occorre necessariamente condividere una particolare concezione religiosa per interrogarsi su questo.

Basta, qualche volta, fermarsi.

Guardare la Vita.

E riconoscere quanto poco ne sappiamo, nonostante tutto ciò che crediamo di conoscere.

Per quanto mi riguarda, questa gratitudine è inseparabile dalla mia esperienza spirituale.

Non è soltanto il riconoscimento di ciò che ho ricevuto.

È anche la consapevolezza che la Vita non ci appartiene come un possesso individuale.

Ne siamo partecipi.

E ciò che facciamo della nostra esistenza non riguarda soltanto noi stessi.

Ogni pensiero, ogni scelta, ogni azione può contribuire, anche in misura infinitesimale, a ciò che l’umanità diventerà.

La nostra crescita interiore non può essere completamente separata dal destino degli altri esseri umani e della Terra.

Ed è forse proprio qui che la gratitudine diventa responsabilità.

Non vi chiedo di credere

Vorrei essere molto chiaro.

Non ho scritto queste riflessioni per convincere qualcuno dell’esistenza di Dio.

Non desidero difendere una religione contro un’altra.

E non penso che chi percorre una strada spirituale sia necessariamente più consapevole di chi non la percorre.

Ho incontrato persone profondamente religiose incapaci di manifestare amore e persone che non si riconoscono in alcuna fede capaci di una straordinaria umanità.

Non credo che il valore di un essere umano si misuri dalle parole che pronuncia su Dio.

Penso piuttosto che si manifesti nel modo in cui vive, pensa, ama e si rapporta agli altri.

Quello che desidero condividere è un invito.

Prima di negare, cerchiamo di conoscere.

Prima di affermare, impariamo a dubitare.

Prima di ridicolizzare, proviamo a comprendere.

E prima di ripetere un pensiero che ci sembra convincente, chiediamoci se sia davvero nostro.

Questo non significa che, alla fine della ricerca, tutti debbano arrivare alle stesse conclusioni.

Sarebbe contrario alla libertà che desidero difendere.

Significa semplicemente riconoscere che la ricerca sincera possiede un valore in sé, indipendentemente dal punto al quale ci conduce.

E che il rispetto per il percorso di un altro essere umano non richiede necessariamente di condividerne le convinzioni.

Richiede soltanto di riconoscere che anche quella persona, come noi, sta attraversando il mistero dell’esistenza.

Forse il problema non è che abbiamo smesso di credere

Forse il vero problema del nostro tempo non è che abbiamo smesso di credere in Dio.Forse è che abbiamo progressivamente smesso di riconoscere quanto sia straordinario essere vivi.

Abbiamo imparato a dominare strumenti sempre più potenti, ma non necessariamente a comprendere noi stessi.

Abbiamo moltiplicato le informazioni, ma non sempre la conoscenza.

Abbiamo conquistato nuove possibilità di comunicare, ma non necessariamente una maggiore capacità di incontrarci.

E talvolta abbiamo scambiato la libertà di deridere con la libertà di pensare.

Ma non credo che la risposta sia condannare il mondo, rifugiarsi in una propria certezza spirituale o costruire nuove fortezze nelle quali sentirsi al sicuro.

Credo, piuttosto, che il compito sia continuare a cercare.

Cercare con sincerità, con coraggio, con umiltà.

Riconoscere le nostre contraddizioni prima di quelle degli altri.Imparare a distinguere ciò che abbiamo veramente compreso da ciò che abbiamo semplicemente imparato a ripetere.

E soprattutto ricordare che ogni conquista interiore, se autentica, dovrebbe renderci più capaci di comprendere, di amare e di prenderci cura della Vita.

Non soltanto della nostra.

Perché non siamo esseri separati che attraversano casualmente lo stesso mondo.

Partecipiamo a un’esistenza comune, nella quale ciò che ciascuno di noi pensa, sceglie e compie può contribuire, anche in misura infinitesimale, a ciò che l’umanità diventerà.

Forse è proprio qui che possiamo cominciare a riconoscere e trasformare quel male che troppo spesso continuiamo a cercare soltanto fuori di noi.

Non combattendo l’ignoranza degli altri con nuove certezze.

Ma trasformando la nostra inconsapevolezza in conoscenza, la separazione in incontro e l’indifferenza in amore.

Perché la luce che cerchiamo per noi stessi non dovrebbe servirci a vedere meglio soltanto il nostro cammino, ma anche a illuminare, per quanto ci è possibile, quello che condividiamo con gli altri.

E forse, prima ancora di domandarci quanto abbiamo compreso della Vita, dovremmo imparare a ringraziarla per la possibilità che ogni giorno ci offre di comprenderne qualcosa di più.

Perché la vera conoscenza spirituale non dovrebbe insegnarci a costruire mura sempre più alte per proteggerci dall’ignoranza del mondo.

Dovrebbe darci il coraggio di attraversare quelle mura, senza perdere la luce che abbiamo cercato, per incontrare proprio coloro che ne sono rimasti fuori.

E forse, in fondo, è proprio questo il significato più profondo del nostro cammino.

Non cercare soltanto la nostra elevazione.

Ma riconoscere che ogni passo compiuto verso una maggiore coscienza, ogni frammento di ignoranza trasformato in conoscenza prima e coscienza poi, ogni separazione superata attraverso l’amore, può diventare un piccolo contributo alla trasformazione dell’umanità e della Terra.

Luca Della Rosa

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